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Fly Line
4-2004 |
Fresco di stampa, ecco la
traduzione in lingua italiana di un’ulteriore opera classica. Più lirica che
tecnica, l’opera di Paul de Beaulieu può essere considerata un inno a ciò
che più amava, un inno lontano dallo stile poetico e bucolico di De Boisset,
che ben conosceva essendo stati compagni di pesca, ma pregno di vitalità ed
entusiasmo e di una pace interiore che rasserena l’animo.
E’ soprattutto un tuffo nel
passato, in fiumi che oggi appaiono lontani, nonostante continuino ad essere
pescati ai tempi nostri come allora. Anzi, forse l’intenso sapore delle
attuali uscite di pesca in ambienti fluviali come la Doubs, la Loue, l’Ain,
l’Allier, la Mosella e tanti altri deve molto ad opere come questa, tra
l’altro poco nota in Italia, almeno finora.
E’ una interessante escursione
di antropologia culturale, se si accetta il termine, che mostra tecniche,
attrezzature e concezioni d’altri tempi, tappe essenziali nella conoscenza
delle presunte stravaganze di questo pesce, che deve la sua fama di
imprevedibilità alla complessità dei suoi comportamenti.
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Pescare in Valtellina |
Difficile questa volta trovare
parole da aggiungere a quelle di Osvaldo: dalla prefazione alla quarta di
copertina ha già detto tutto.
Quasi tutto: non la data di pubblicazione, il 1929 come ci avverte L. De
Boisset nel suo magistrale L’ombre poisson da sport
scritto nel 1941 e dedicato al figlio Jean “per scacciare l’angoscia delle
ore di guerra”, oggi solo un po’ più lontana.
Perciò abbiamo preferito pubblicarle oltre alla copertina.
Va detta una cosa che Osvaldo
stesso mi ha subito fatto notare, purtroppo le foto, malgrado i miracoli
delle più recenti tecnologie non sono all’altezza, gli originali erano
troppo deteriorati.
Senz’altro un libro da leggere per i pam coi capelli grigi come me, per
riscoprirsi, per tornare all’inizio.
Una gradevole lettura serale, anche per riscoprire con trenta o quarant’anni
di ritardo che in fondo non erano solo Austria o Slovenia sinonimo di temoli
come ci ostinavamo a credere.
E gli inglesi poi, non capirò mai perché mentre alcuni grandi autori
anglosassoni da secoli dedicavano al ladylike fish grande rispetto
contemporaneamente riviste di grandissimo spessore come Trout&Salmon si
siano ostinate a collocare il temolo tra i coarsefish rifiutandogli
il titolo di gamefish, fedeli al motto finalmente (!) abbandonato
dell’ortodossia britannica the trout is the right thing.
Eppure le frequentazioni anglosassoni delle acque scandinave avvenivano con
almeno di un secolo di anticipo, anzi una vera e propria “simpatia” da
sempre legava i due paesi del Nord Europa.
Intanto anche noi comunque sul Soca ricorrevamo alla redtag ed in Valtellina
alla tup’s quando non era ancora arrivato (dal Giura guarda caso…..) il cul
de canard.
Le “mosche ad ago degli italiani” poi le conoscevamo bene, e ne abbiamo
abusato a lungo, insieme al cochetto, sulle camolere acchiapatutto
immortalate dal grande “tri temul” di Mario Albertarelli.
E ad un giovane pam sempre on line, superaccessoriato e con gli ultimi
modelli su ami del 28?
Cosa mai potrà dargli questo signore molto assertivo e molto datato?
Forse la convinzione che pescare temoli, scegliere di pescare temoli anche
quando magari ci sono le grosse trote, anche quando sei in Svezia o nello
Yukon (sempre De Boisset già sessanta anni fa’ indicava la Lapponia
finlandese per chi cerca “il mostro”), vuole comunque significare qualcosa,
una sfida con un pesce che ancora adesso sa tenerti inchiodato in una lama
assurda, sta lì ostentatamente, riesce ad ammaliarti anche se non è nemmeno
trenta cm., perché comunque è un duro, un’ombra affascinante, ma un duro.
E allora non ce n’è per nessuno: una sfida che contro ogni logica non saprai
mai rifiutare.
Perché sei un moschista e quindi sei folle, e se no lascia perdere subito…
Doriano Maglione
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