Racconti non per ridere ma per sorridere
di Roberto Viganoni
UNO SPICCHIO DI LUNA E LA MOSCA
Per tutto il giorno aveva soffiato un vento fresco di tramontana, che con la sua forza aveva portato via le nuvole del giorno prima, raffica dopo raffica, pensiero dopo pensiero. Il lago era un poco scosso, le onde si ripiegavano su loro stesse chinando il capo in un ghirigoro di schiuma bianca dove l’acqua si faceva più profonda e più blu. Al largo, qualche barca si faceva accarezzare le vele imbrigliando il vento per usarlo a proprio vantaggio.
Ora però le masse d’aria si erano calmate; il sole, riscaldando la terra, creava correnti calde che salendo in quota rallentavano acquietando l’irruenza di un pomeriggio ventoso; e anche il lago pareva accorgersene mostrando su di esso chiazze più chiare là dove correnti fredde muovevano l’acqua in corridoi che a vederli parevano arterie.
Emanuele era seduto sulla riva, i suoi ricci un poco mossi quando trovavano la resistenza di un refolo e la sua otto piedi e mezzo coda quattro galleggiante adagiata alla sua destra. Il sole poco a poco lasciava il mondo per ripresentarsi puntuale il giorno seguente avvolgendo le cose terrene e gli spiriti sognanti di una luce ambrata.
Il ragazzo prese tra le mani la scatola porta mosche e l’aprì. All’interno vi erano macchie di colore che parevano ad uno sguardo distratto indefinite, ma tutto aveva un senso, seppure sottile e personale. Scelse tra tutte una piccola mosca del diciotto con il corpo rosso stretto da anelli marroni e le ali in cul de canard naturale. La fissò stretta al finale e iniziò a danzare. La coda si srotolava piano piano dal mulinello che pareva intonare un canto e con un ritmo morbido e semplicemente perfetto sfidava la gravità stendendosi a mezz’aria diritta e sicura. Poi, in acqua.
Il vento dei monti morbido e dal tepore materno rompeva un poco l’elemento liquido in ondine corte e veloci che facevano salire e scendere la mosca che serafica galleggiava senza battere ciglio. Poi d’improvviso venne inghiottita da un gorgo minuscolo, risucchiata verso qualcosa che ancora non si conosceva. Una leggera pressione sulla canna accompagnò un frullare poco violento. Il vairone, minuto essere acquatico, venne a riva saltellando sull’acqua. Le pinne color delle arance mature lo facevano sembrare uno di quei cavalieri medievali che si avvolgevano al braccio un fazzoletto di seta colorata appena prima di un torneo. Loro lo facevano per aprire una breccia nel cuore della loro amata, chissà se anche per i pesci era lo stesso.
Riprese subito la libertà.
La luce d’intorno calava man mano che la notte avanzava. Il basso lago si fece più scuro e come un sipario che cala prima di una nuova scena l’acqua e il cielo assunsero lo stesso colore, come se vanitose entrambe si specchiassero a vicenda, mentre le montagne si coricavano come giganti dormienti in un manto di ombra.
Emanuele si sedette, prese le ginocchia tra le mani e nel silenzio osservava il ritmo millenario del tempo camminare e meravigliare… di nuovo.
Venere apparve quasi subito appena sopra la montagna più lontana, con la sua luce viaggiante da luoghi lontani. Il cielo diventava via via più blu e altre stelle apparvero mentre la fantasia degli uomini ricominciava a sognare e il mondo pareva una preghiera solida.
Il ragazzo si alzò, era ora di tornare a casa. I suoi passi lasciavano impronte sulla sabbia del bagnasciuga e l’acqua suonava la sua serenata al cielo giungendo a toccare la terra.
Uno spicchio di luna intanto era sorto nel cielo.
Roberto Viganoni
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